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Arte e rapporti interculturali

Eravamo abituati ad immaginare la globalizzazione come un’arrestabile diffusione di Mc Donald’s e Coca cola. Vivevamo nella convinzione che l’accessibilità ai luoghi più remoti del pianeta fosse garantita al turismo da una fitta rete d’alberghi a cinque stelle, capsule di uno stile di vita occidentale, che promettevano di fare da interfaccia a qualsiasi contesto etnico nella permanenza di un’unica “way of life”. Per niente contraddetti in questa visione delle cose dal movimento no-global che, facendo proprio dei Mc Donald’s uno dei bersagli preferiti della contestazione, in qualche maniera manteneva la propria attenzione sullo stile di vita occidentale lasciando in ombra ogni altra visione del mondo. L’attacco alle torri gemelle di New York ha improvvisamente rivelato quanto grandi e sostanziali siano ancora le differenze ideologiche e quante gravi possano essere le conseguenze dell’aver trascurato non solo i bisogni materiali ma soprattutto la Welthanshauung della maggior parte dell’umanità. Per quanto relativamente emarginato sulla scena internazionale a livello politico ed economico, il nostro paese mantiene tuttavia una sua centralità in campo artistico. Questo sia per la sterminata produzione in fatto d’arte e design sia per l’enorme eredità del patrimonio artistico cumulatosi nei secoli. Che contributo danno i tanti artisti stranieri, che scelgono di stabilirsi in Italia per periodi più o meno lunghi, alla crescita in questo campo del nostro paese? Qual è l’influenza della loro cultura d’origine? Quali contraddizioni si aprono nel contatto con la nostra cultura? Sinceramente non mi sembra che ci sia stata una sufficiente attenzione a questo proposito. Personalmente ho avuto la ventura di vivere per molto tempo con un artista indonesiano: Setyo Mardiyantoro. L’ho conosciuto nel suo paese, è originario di Banyuwangi una città all’estremo est di Giava. Ho viaggiato attraverso l’Indonesia con lui e i suoi familiari e, da molti anni, seguo la sua esperienza in Italia. Penso pertanto di poter portare su questi argomenti un contributo puntiforme ma intenso. Quando duecento anni fa gli ultimi principi induisti dell’impero di Mataram si rifugiavano a Bali lasciando l’est giavanese, culla della loro civiltà, nelle mani dei sultani mussulmani, induismo, non più religione ufficiale, sopravviveva nelle pratiche magiche. Quella che è stata definita l’unica religione monoteista che adora più di un milione di divinità, con la sua forte carica di animiamo forniva una particolare intensità religiosa ai gesti della vita quotidiana e soprattutto all’arte. Il divieto mussulmano della rappresentazione della figura umana veniva aggirato attraverso la stilizzazione. Il Ramayana è il Mahabharata continuavano ad essere rapresentate in molte forme diverse scandendo le varie tappe della vita (matrimoni, nascite, ecc.) e costituendo la base dello psichismo di quelle popolazioni assai più del Corano, diversamente da come la tragedia greca costituisca la base del nostro psichismo assai più della Bibbia.di particolare rilievo è il teatro dell’ombra. Qui lo schermo su cui si proietta la storia è immagine del velo di Maya, l’illusione della realtà. La rappresentazione può essere seguita sia scegliendo il punto di vista degli umani, guardando cioè le ombre proiettate sullo schermo, sia dal punto di vista di Dio, restando cioè alle spalle del puparo che proietta le ombre. Al di là dei contenuti questa situazione è in se stessa veicolo d’un rapporto con la realtà radicalmente diverso dal nostro. Venendo nel nostro paese Setyo porta questo tipo d’eredità culturale tanto più che la sua città, Banyuwangi è considerata, per la sua prossimità all’induista isola di Bali, come la capitale della magia dell’isola di Giava. L’incontro con la nostra cultura è stato drammatico e lacerante per l’enorme differenza di visione del mondo che, vissuta nell’incerto e ambiguo rapporto con la realtà tipico della sua cultura, si è tradotta in figurazioni surreali. Nelle sue prime opere l’utilizzo del Batik rappresentava un punto d’ancorraggio al proprio paese d’origine e le figurazioni, d’una ricchezza e preziosità tipica della tradizione balinese, testimoniavano di un’intensa nostalgia. Attualmente il fondo Batik è fatto di macchie casuali su cui come su una tavola del Rorschach è letta l’immagine esplicitata poi l’intervento con acrilico. Setyo aspetta che la figurazione gli venga suggerita dall’ambiente circostante e ciò avviene nella relazione con le persone che gli stanno intorno. Per questa ragione ama dipingere durante le proprie esposizioni quando il contatto con il pubblico è più intenso.

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